Un giorno, un treno della metropolitana romana si scontrò contro il treno che lo precedeva, fermo ad una stazione del percorso.
Le indagini appurarono che il treno investitore aveva oltrepassato il segnale rosso, posto qualche centinaio di metri prima della stazione.
“Dunque si tratta di errore umano – penserà qualcuno – chi guidava il treno non si è accorto del segnale rosso”.
Invece no: questa deduzione varrebbe in un qualunque paese ma in Italia, dove convivono cinquanta milioni di persone, ciascuna delle quali si ritiene più furba delle restanti, la spiegazione non è così semplice. Già, perché quel segnale rosso non era un rosso qualunque, uno di quelli che in qualunque parte del mondo intima di fermarsi; in questo caso si trattava di un “rosso permissivo”.
Il “rosso permissivo” è un trucco stupendo che consiste in questo: un treno fermo alla stazione della metropolitana, attiva automaticamente un semaforo rosso, posto più indietro lungo la linea, che avvisa il treno successivo in tempo perché si fermi e non scontri i vagoni fermi alla stazione. Tenuto conto che il semaforo è posto lungo il binario ad una distanza dalla stazione considerevole, l’operatore, dal treno che sopraggiunge, chiede alla centrale il permesso di proseguire anche con il rosso: solitamente avviene che nel tempo impiegato per raggiungere la stazione, il treno che precede ha già provveduto a far scendere i passeggeri e ripartire. Tutto può apparire ragionevole, se non fosse per l’avverbio “solitamente”, per via del quale su tutte le metropolitane di tutto il mondo è stato sempre posizionato ed utilizzato questo semplicissimo segnale: il semaforo. Rosso significa:”Fermarsi” mentre verde significa “Proseguire”.
Purtroppo, questo segnale è troppo rudimentale per un paese che, come il nostro, ha un così alto tasso di “più furbi”, i quali possono benissimo discernere da soli se un rosso è rosso-rosso o piuttosto un rosso-come-se-fosse-verde : lo vediamo bene sulle nostre strade, dove ogni automobilista si ritiene più esperto della segnaletica posta dai vigili urbani.
Purtroppo, avviene anche che ad un incrocio passino contemporaneamente due “più furbi” (come ho detto, in Italia, ve ne sono cinquanta milioni) che si spiaccicano con un’automobile sull’altra come due focaccette al formaggio di Recco.
A quel punto, il “più furbo” fa un esame di coscienza, un vero e proprio processo a sé stesso, in conseguenza dell’accaduto, dal quale verrà sicuramente assolto, dato che, in quel processo, giudice ed imputato sono la stessa persona.
Ma come fa – mi chiedo – un paese come il nostro ad esistere?
Che cos’è che ci permette di dirci “popolo”, invece che un addensamento di persone che restano singole anche in gruppo ?
Io credo che un popolo non può dirsi tale se non ha almeno una ragione per stare insieme (una regola, un principio) e se noi non siamo d’accordo nemmeno sull’uso di un semaforo, che cosa mai ci può unire, noi Italiani?
Sono in auto, sto arrivando ad un incrocio, il semaforo è verde…giallo! Mi fermo o accelero? Forse se accelero ce la faccio, tanto anche se diventa rosso, riesco a passare prima che le auto ferme sull’altra strada riescano a partire …forse.
Se poi, invece, vado a sbattere contro un’altra auto, partita prima del verde, ne sono certo, è anche lui Italiano.
Friday, October 27, 2006
Monday, October 23, 2006
Friday, October 13, 2006
L'ITALIA AFFRONTA LA CRISI ALITALIA
Friday, October 06, 2006
LA FORMALA

Non mi considero una formica, perché non sono in grado di lavorare e lavorare e lavorare ed accumulare ed accumulare ed accumulare per l’inverno e poi ricominciare e non fermarsi mai:
incontrando un’altra formica, non aver tempo per chiederle della gioia, della noia e del pianto di questa vita; sedere la sera tra amiche formiche senza sapere che cosa dire, fermarsi davanti ad una pozza senza chiedersi cosa ci sia al di là diquell’immenso mare.
Provare a capire da dove viene ogni tanto questa strana malinconia, potremmo dire “saudade” come quel male di vivere che hanno i popoli dell’alto mediterraneo, da Genova alla spagna, in un continuo pendolo tra desiderio di partire e voglia di restare, guardando l’orizzonte marino.
Chissà come fanno quelli per cui l’estate non finisce mai.
Chissà perché alcuni evadono dalla vita quotidiana rifugiandosi nell’altrove, potremmo dire “allieur” come quell’attimo in cui un profumo o un’immagine ti evocano suggestioni indefinite, forse ricordi di un’altra epoca, di luoghi visti tanto tempo fa o forse solo immaginati.
Chissà come fanno le formiche a sentirsi uniche, in mezzo a vite tutte uguali e case tutte uguali.
Tuttavia, non mi posso nemmeno considerare una cicala, perché anche quando canto con trasporto mi immagino volare sospeso nelle più soffici tra le nuvole e tuttavia, in questa immagine, non riesco a dimenticare di controllare di avere il casco e di studiare la direzione dei venti e i cambiamenti delle temperature e dell’umidità, per essere in grado di scendere a quote più basse, se dovesse sopraggiungere un tifone;
quindi anche nel volo immaginario cerco attenzioni concrete, come farebbe, chissà, una formica volante.
Dunque non sono una formica ma non sono nemmeno una cicala…forse sono uno strano incrocio….sono una ciclica…..
…..sono una formala!
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