“Un animale
sconosciuto, si aggira per la casa. I gesti incomprensibili e l aria
misteriosa.
Io lo guardo, lo
osservo, lo studio: vorrei proprio conoscerlo meglio.
Sto parlando di MIO
FIGLIO!” (Gaber)
Noi del secolo scorso, avevamo limiti ben definiti, di tempo
e di spazio. Questi no, questi spaziano da un lato all altro del mondo, da un
epoca all altra; non trovano più confine nemmeno tra il bene e il male.
Tu credi di doverli inquadrare e provi ad indirizzarli, a
spiegare che quella soglia non va superata e loro….
Loro ti guardano con uno sguardo perplesso, un mezzo
sorriso, l espressione sospesa.
E tu non riesci a capire se non hanno capito una mazza o se
sei tu a non avere capito mai niente.
Loro, sanno digitare su qualsiasi dispositivo, se la cavano
sempre ma se li metti lì, in un cortile, in quattro con una palla in
mezzo….beh, non cè verso che gli venga in mente di organizzare una partita.
Io non lo so se questo mondo gli piaccia o meno, non so se
da qualche parte, dietro quello sguardo distaccato e scanzonato, abbiano
intenzione di cambiarlo.
Certo, i loro nonni volevano la rivoluzione e sono finiti
per trovare mille modi per spassarsela, a debito della mia generazione, la
quale, messa a cavallo tra due secoli, non sa bene se scendere, da questo
cavallo, passando da un versante o dall altro. E quindi, confusi come siamo,
tendiamo a barcamenarci nel mondo così come è. Ci sentiamo come quelli che sono
arrivati alla festa, che è ormai quasi finita, e restano sull uscio.
Dobbiamo scriverci gli appunti prima sulla carta e poi
passarli al computer, perché altrimenti non riescono a fluire i pensieri.
Loro, la generazione con lo zero, il mondo lo osservano
senza giudicare, poi lo prendono in mano, palleggiano un poco, come a vedere se
è elastico e poi lo gettano lontano, verso il canestro.
Un poco come quella canzone, se rammento bene è di De
Gregori, che faceva più o meno così:


